Secondo e conclusivo articolo dedicato ai disturbi alimentari.
Per chi non avesse letto il mio precedente articolo, che comunque potete recuperare sul blog, velocemente vi riassumo che ho affrontato un tema particolarmente difficile, i disturbi alimentari, stimolato da un amico giornalista teatrale. Ne ho parlato qui sul vostro giornale ed è stato oggetto di una trasmissione radiofonica, nel dicembre scorso. Il tutto ha preso stimolo da un testo teatrale, scritto e diretto da Teresa Pasquini, intitolato “Le mie amiche Ana e Mia”. L’autrice (laureata in psicologia) ha affrontato nel suo racconto di fantasia, ma basato su reali osservazioni, i disturbi alimentari in età adolescenziale. Mi sono riallacciato a questo, per presentare meglio una patologia diffusa ma troppo poco conosciuta, affrontata per quelli che sono i miei ambiti professionali.
In questo secondo articolo, voglio commentare una sorta di “decalogo”, un elenco di tragici e pericolosi consigli purtroppo distribuito tra le adolescenti, dove si suggeriscono le varie modalità per riuscire a non mangiare e come ingannare i genitori o chi comunque le vive accanto.
La prima voce di questo regolamento del male recita: “Non mangiare e se proprio devi, fallo solo quando amici e parenti sono con te, così ti vedono, ma mai dopo le 18. Per un massimo di 400 calorie al giorno, masticando molto lentamente e sminuzzando il cibo nel piatto, così gli avanzi sembrano di meno. Se ci riesci sputa il cibo nelle maniche della maglietta, così non se ne accorgeranno”. E via continuando.
Questo “decalogo” riassume, ed è chiaro per tutti, atteggiamenti tanto irresponsabili quanto gravissimi, che demonizzano ciò che è necessario per la nostra sopravvivenza: il cibo.
Ribadisco che 400 calorie giornaliere sono assolutamente insufficienti. Basti pensare che ognuno di noi ha un metabolismo basale, costituito dall’energia di cui abbiamo bisogno, non solo per ogni nostra attività, ma anche per mandare avanti gli organi principali. Generalmente questo fabbisogno giornaliero è, per le donne, tra le 1200 e le 1400 calorie, nell’uomo saliamo a 2000 e questo triste “suggerimento” è addirittura e drasticamente al di sotto del minimo necessario. Chi lo dovesse applicare su di sé, si ritroverebbe ben presto a non avere nemmeno quel minimo di energia necessaria per sostenere gli organi vitali.
Nell’elenco si danno altri suggerimenti aberranti, ma vorrei soffermarmi sulla costruzione dell’inganno e sull’assillo che il cibo costituisce nella vita di queste persone. Si pensa sempre come riuscire ad evitare di ingerirne e come riuscire ad ingannare chi vive accanto al soggetto anoressico. L’unico pensiero fisso che queste persone hanno è “non devo mangiare”. Questa “forma mentis” comporta, come ulteriore problema nel problema, una forte limitazione a tutte le relazioni sociali. Aspetti banali della vita diventano uno stimolo all’ansia. Si pensi alla reazione nervosa nel caso di un invito ad una pizza tra amici o alla partecipazione ad una cena di compleanno o un pranzo di matrimonio. Il malato rischia così anche l’isolamento più totale, proprio per evitare di “essere costretto” a nutrirsi o lo stress di dover dare spiegazioni alla propria inappetenza.
In conclusione, vorrei questa volta rivolgermi direttamente al soggetto malato, consapevole di esserlo, ma che ha paura di ammetterlo, in primis con sé stesso. Il più importante traguardo è quello di decidere di curarsi. Il soggetto malato che inizia il suo percorso di guarigione, ha già fatto un passo verso il successo, decidendo di volerne venire fuori. Non è facile, si può fallire ma si deve ugualmente provare ed insistere, senza mai arrendersi, anche se la strada è molto lunga e difficile.